Come la rabbia può essere d’aiuto? Metodi per non dare peso al giudizio altrui

Sergio Langella

È importante capire come la rabbia e la percezione del giudizio altrui, in particolare lo stigma, siano collegate a livello psicologico. Chi vive una condizione cronica e duratura come quella del paziente psoriasico finisce inevitabilmente per identificarsi con tale condizione, per farne una parte rilevante della propria identità. In questo modo, l’individuo si rapporta agli altri come "colui che ha la psoriasi" e questo diventa il nucleo attorno cui ruotano le relazioni e gli eventi sociali.

I giudizi degli altri, i giudizi sul posto di lavoro, i giudizi degli amici finiscono per generare il fenomeno della stigmatizzazione, cioè un marchio sociale che classifica la persona come inferiore in virtù di un solo elemento, e questo porta prima all’esclusione e alla rabbia verso gli altri e in seguito all’autoesclusione e alla rabbia verso sè stessi.
Questa rabbia impedisce all’individuo di vedere le possibili strategie per affrontare le situazioni e finisce per ridurre sempre di più le sue interazioni con gli altri, finché non rimane solo con lo stigma finendo per perdere sè stesso. A quel punto, la rabbia non può più essere rivolta all’esterno e viene rivolta all’interno, si innesca un meccanismo per cui l’individuo è lo stigma e si odia per questo.

Ma la rabbia è curabile? Molti lo chiedono e la risposta breve è no. La rabbia è un’emozione umana di base e fa parte di ognuno di noi; l’utilizzo che ne facciamo può renderla di volta in volta un limite o una risorsa. La rabbia riduce il ventaglio di strategie che il soggetto ha a disposizione per risolvere le situazioni della vita, ma se viene elaborata permette di differenziarsi e rendersi autonomi dai giudizi altrui.

Rabbia non necessariamente significa rabbia che travolge, significa anche limite oltre il quale gli altri non devono invaderci, significa che se percepisco che qualcosa o qualcuno mi fa arrabbiare posso fermarlo senza distruggerlo perché ho imparato a utilizzare la rabbia come segnale per proteggere me stesso. Ho imparato a non agire la rabbia ma a comprendere cosa questa emozione mi vuole dire sul fatto che sto vivendo una condizione di disagio da cui devo allontanarmi o che devo cambiare.
La rabbia offre la possibilità di difendere sè stessi dai giudizi di valore altrui, ma solamente se questa rabbia da emozione si trasforma in pensiero e non in rabbia che travolge noi e gli altri, non se si scarica nell’azione cieca.

Per comprendere la propria rabbia, nel senso etimologico di abbracciarla (dal latino: cum-prehendere, ciò che si comprende si fa proprio) sono necessarie una serie di condizioni: innanzitutto uno spazio sicuro in cui poter tirare fuori questa rabbia senza il timore del giudizio altrui, una relazione che non possa essere distrutta se mostriamo il lato peggiore di noi e qualcuno che ci aiuti ad analizzarla. E infatti ogni seduta psicologica è costruita attorno a questi tre principi: non ci sono giudizi morali, la relazione con lo psicologo non verrà interrotta perché ci siamo arrabbiati e soprattutto questi ci aiuterà a riappropriarci in maniera sana di questa rabbia.



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